pensieri – Sara Tamponi
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Puzzle

Un pezzo del puzzle va via.

Sapevo fin dall’inizio che non ne facesse parte, eppure in qualche modo si incastrava. Aveva smussato i suoi angoli, aveva adattato la sua forma con tanto sforzo. Sapeva che avrebbe rischiato di piegarsi, ma era pronto a farlo, perché conscio che non sarebbe rimasto lì per sempre.

Ogni giorno il pezzo aveva una nuova crepa, ma resisteva. Nel frattempo, cercava disperatamente l’altro puzzle, quello vero. Il suo.

Sono stata a fianco a quel pezzo fin dal primo giorno. Ci lamentavamo, le nostre parole consumavano il cartone lentamente, perché trovavamo inaccettabile stare in quel posto così scomodo. Così sbagliato. Tra noi, però, c’è sempre stato un terzo pezzo: quello saggio, forte, ottimista. Ci diceva di resistere, che capiva. Lei capiva.

Ora, il primo pezzo ha trovato il suo posto, tra decine di puzzle sparsi qua e là. Lo guardo e sorrido. Tra poco dovrò salutarlo.

Sono felice per lui e sono triste per me.

Sono felice per lui e sono triste per me.

Due volte in due mesi.

Il mio cartone è bagnato, ma so che si asciugherà, come sempre, pronto a riadattarsi ma non a piegarsi.

Piegarsi no, mai.

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Puntura indolore (o quasi)

Mi sfioro il collo e lo sento. È ancora lì. Un piccolo puntino in rilievo sulla pelle.

Due settimane fa mi ha punto una vespa e non ho sentito nulla. O almeno, quasi. Il mio cervello era spento a uno punto tale da cancellare il dolore. C’era solo l’acqua di una piscina, un trampolino, belle persone. E poi verde, tanto verde, insieme a un profumo di pino che mi pizzicava le narici.

È stato bello, quel giorno. I problemi non esistevano. Non sentivo la mia testa rimbalzare impazzita come una pallina da ping pong. Non sentivo il mio stomaco lamentarsi. Sembrava una magia, qualcosa di surreale.

Dalle undici del mattino alle undici di notte non c’è stato dolore, frustrazione, paura. Confusione.

Alle 23.30, poi, è tornato.

Ahi, ho pensato, sfiorandomi il collo.

Era finito, ma io avrei voluto che quel sogno durasse per sempre.

Sette e ventitré, mi ha ricordato una vocina simpatica nella mia mente che avrei tanto voluto prendere a pugni.

Ho chiuso gli occhi.

Un giorno finirà.

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Specchio

<<Ciò che vorrei non posso averlo, ciò che ho non lo voglio, non mi interessa. Capisci?>>

Non risponde. Mi guarda come io guardo lei. Il suo viso è tirato, lo sguardo confuso, le labbra atteggiate in una perenne smorfia triste.

<<A quest’ora, in questo periodo dell’anno, la mia pelle è di un altro colore, invece guardami. Guardami! Quel maledetto verdastro che è parte di me, quest’anno dovrò tenerlo. E sai perché?>>

Non risponde, di nuovo.

<<Te lo dico io, perché. Perché il mare non lo vedo più. Perché la mia vita non è più vita, è solo un susseguirsi di sveglia sette e ventitré sette e ventitré sette e ventitré per cinque giorni alla settimana finché poi arriva il sabato e posso pensare. Posso guardarmi, e quello che vedo è ciò che non avrei mai voluto. Ah, i trent’anni!>>

Batto il palmo aperto sul marmo del lavandino e subito dopo me lo porto alla bocca, come se quel gesto potesse alleviare il dolore. I miei occhi si fanno lucidi ma poi faccio un respiro profondo.

<<Non posso piangere, no. Non posso perché fa male. Se piango una volta sto male una settimana, sai? Forse anche due. Ah, ma lo sai già. Chi meglio di te!>>

Rido, e ride anche l’altra, ma dura poco.

<<Non so più niente. Non ho più me. Mi rimane questo, questi pensieri disordinati e senza senso, ma fanno schifo, sai? Non piacciono a nessuno>>

Non risponde. Mi guarda come io guardo lei. Distolgo lo sguardo dallo specchio ed esco dal bagno.

Pain sarà il mio prossimo tatuaggio.

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Riassunto

Niente vestiti, notti soffocanti, capelli sempre bagnati.

Pinguini nelle cuffie, persone sudate, fermate dell’autobus deserte.

Mare piatto, sabbia bollente, puzza di traffico al rientro a casa.

Pesca sul molo, mute da sub, pesci colorati e pinne velenose.

Compleanni malinconici, solitudine, nessuna voglia di ascoltare ma solo di pensare.

Crema solare, materassini, pressione bassa e pensieri confusi.

Schizzi di vernice, buste pesanti, una casa piccola in mezzo a un giardino.

Parole disordinate perché non sai bene cosa fare, se continuare a guidare o lasciar andare.

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27.03

<<Sai, quando sono triste, penso sempre a tre cose>>

<<Ah sì? E quali sono?>> le chiese. Sembrava distratto. Si schermava gli occhi dal sole mentre il suo sguardo era perso sul mare. 

<<Una è quella volta in cui stavamo andando alla casa al mare. Stavi guidando, e nel frattempo mi mandavi i bacini>>

Sorrise ma non la guardò. 

<<Un’altra è quella volta in cui ero andata sul sup e mi avevi comprato un cornetto>>

<<Perché proprio quella?>> si fece più attento. 

<<Perché non avevo pensato a nulla, per tutta la mattina. Nessun pensiero. Ero felice>> disse, mentre cercava di seguire il suo sguardo. Si strinse le gambe tra le braccia. 

<<E la terza?>>

<<La terza è la sera di Capodanno. Eravamo in macchina, a un certo punto mi hai preso le mani e mi hai guardata, dicendo che avremmo superato tutto>> disse, sorridendo al ricordo. 

<<E cosa c’è di tanto speciale?>>

<<Il tuo sguardo>>

<<E cosa aveva il mio sguardo?>>

<<Amore>>. 

Non disse più nulla, ma se lo aspettava. Non usavano mai quella parola, eppure la pensavano entrambi. Rimasero in silenzio a guardare il mare, come se in quella distesa d’acqua salata potesse esserci una risposta ai loro problemi. O forse lo guardavano e basta, cercando di non pensare. Ogni tanto ricordavano i momenti di solo un anno prima, in quella vecchia casa lontana dalla città. Nessuno, né la famiglia né gli amici, andava mai a trovarli. Dicevano che erano troppo isolati, che avrebbero dovuto cercare un posto più vicino, ma loro erano felici. Quella casa sembrava racchiudere tutti i loro desideri. Non erano di grosse pretese: un giardino, aria aperta e la vista sul mare. In realtà vedevano solo un quadratino di azzurro da lontano, ma se lo erano fatti bastare. 

Era passato così poco, eppure erano cambiate tante cose. Ora il mare era più lontano, e lo stesso poteva dirsi dei loro sogni. I doveri, il lavoro e la sopravvivenza, non sembrava esserci spazio per altro. Così, quando tutto diventava troppo pesante, prendevano la macchina e andavano a guardare il mare. Il lieve rumore delle onde sulla riva sembrava calmare le loro menti impazzite. Resettava tutto e li portava indietro a quella casa, la prima insieme, con le mura rosse e un gatto impaurito che non erano mai riusciti ad accarezzare. E, quando non bastava immaginarla, passavano lì di fronte, nel buio della notte, osservandola da lontano. 

<<Chissà se l’avranno affittata>> gli diceva. 

<<Nah, non credo. È chiusa da fuori>> 

<<Che teste di cazzo. Andiamo>>

Gli avevano rubato un sogno, forse la speranza. Ma la vita continuava, e le onde del mare non avrebbero potuto cancellare i loro pensieri per sempre.